venerdì, 06 novembre 2009
 La casa editrice per cui traduco da qualche anno, praticamente in esclusiva, non mi aveva mai fatto mancare il lavoro, finora. Non facevo in tempo a finire un libro che ne avevo un altro da cominciare. Stavolta non è andata così. Dopo l'ultimo romanzo ho sperato in una decina di giorni di vacanza: ero stanca, avevo bisogno di stare un po' anche lontana dal pc. Poi i giorni son passati e da dieci sono diventati venti, l'editore non si faceva vivo. Allora mi sono detta: perché non provare a bussare di nuovo alla porta di quell'altra casa editrice, più prestigiosa e più vicina a me, e che paga anche un po' meglio? Ci ho provato, mi è stato detto: risentiamoci dopo la fiera di Francoforte. Dopo Francoforte ho ribussato, mi è stato detto: risentiamoci la settimana prossima, che c'è ancora una riunione per definire gli ultimi dettagli del piano editoriale. La settimana dopo ho ribussato, mi è stato detto: ehm, uhm, spiacenti ma è un momento difficile, non possiamo permetterci di affidare traduzioni se non siamo certi che verranno pubblicate, il piano è "stretto" e al momento per te non c'è spazio.
Allora sono tornata alla casa editrice che dicevo all'inizio, quella che in questi anni mi ha sempre fatto lavorare. Mi hanno detto: siamo alla ricerca del libro giusto da proporti, ma ora non possiamo dirti nulla di certo. Sei sempre nei nostri pensieri, non appena avremo qualcosa per te ci faremo sentire, sperando che sarai disponibile.
Allora ho telefonato alla più brava che conosca tra le mie colleghe, colei che fu anche mia maestra e ispiratrice, e le ho chiesto un consiglio. Lei mi ha detto parole incoraggianti e mi ha regalato il nome di una persona a cui far avere il mio curriculum e magari un libro tradotto da me. Ho preparato un pacchettino con libro, curriculum e due righe scritte a penna per presentarmi, ho preso un pullman, sono andata in centro una radiosa mattina di novembre, ho bussato alla portineria della casa editrice, ho lasciato il mio pacchettino alla cortese attenzione di.
E adesso aspetto.


postato da: ErmentrudeB alle ore 06/11/2009 09:44 | Permalink | commenti (1)
categoria:lavoro, editoria, crisi, precarietà/precariato
mercoledì, 04 novembre 2009
Abbandonato lo studio del cinese, e ormai dimenticato quasi tutto - ma lo riprenderò, ah, sì, un giorno o l'altro... - mi sono buttata sull'arabo. Nel senso del corso di arabo all'università popolare. Questo, dice il maestro, non lo parla nessuno: è la lingua del Corano e di qualche telegiornale. Si chiama diglossia: nello stesso ambiente convivono due lingue, c'è l'arabo classico (quello che studiamo noi) e l'arabo dialettale. Non ci sono differenze sintattiche e grammaticali, ma soprattutto di pronuncia e di vocalizzazione. In Palestina, Siria, Giordania, Iraq si parla un certo dialetto, un altro negli Emirati, un altro ancora in Egitto, Libia, Sudan... E poi c'è il Maghreb, che ha un dialetto completamente diverso dagli altri, imparentato col berbero. L'alfabeto, rispetto a quello cinese, mi sembra facilissimo: ci sono soltanto 27 caratteri, che goduria! E poi nella lingua araba la calligrafia è molto importante. Per ora faccio paginette di alfabeto come in prima elementare. Una scusa buona per usare la penna. Che belle le penne! Voi tenetevi pure i vostri iphone e i vostri blackberry e i vostri dannatissimi e-book :)
Dice il mito che la lingua nacque quando alla penna di Dio sfuggì un puntino di luce, che divenne l'Alif.







postato da: ErmentrudeB alle ore 04/11/2009 18:54 | Permalink | commenti (4)
categoria:penna, maghreb, alif, alfabeto, arabo, corano, calligramma, diglossia
venerdì, 30 ottobre 2009
Finalmente ho capito da dove salta fuori il nome "Anobii": da questa bestiolina qui!

(18.3.2009)
postato da: ErmentrudeB alle ore 30/10/2009 18:34 | Permalink | commenti
categoria:anobii, anobium
venerdì, 30 ottobre 2009
3.3.2009 

«Ecco qua la candela! Attendete alla traduzione!»

di Elisa Comito e Isabella Zani


«È meglio accendere una candela che maledire l’oscurità», dice un antico proverbio. Approfittiamo dunque della recente pubblicazione del rapporto CEATL (il Consiglio europeo che raccoglie le associazioni dei traduttori letterari), che mette a nudo i problemi riguardanti la situazione professionale dei traduttori editoriali in Europa, per far luce su alcune delle cause per cui «in nessuna parte d’Europa i traduttori letterari sono in grado di guadagnarsi da vivere nelle condizioni che impone il “mercato”».

Partiamo dalla constatazione che ogni traduttore freelance si trova a confrontarsi con una controparte, gli editori, dotata di una forza economica e contrattuale enormemente più grande della sua, e dunque ha un margine di manovra molto limitato. La sua possibilità di sfruttare questo margine si regge su due pilastri: primo, la capacità di raccogliere e diffondere informazioni in modo da avere un quadro più dettagliato e approfondito possibile - dal punto di vista culturale, fiscale, legale, economico - della realtà in cui opera. Secondo, il confronto con i colleghi e l’impegno a livello di categoria, con la partecipazione ad associazioni, sindacati, ecc. È ben noto che l’unione fa la forza, mentre il modo migliore per mantenere un gruppo sociale in una posizione di debolezza è quello del divide et impera. Nel caso dei traduttori, in Italia siamo nella situazione paradossale in cui non sono tanto i committenti a praticare questa tattica, ma sovente gli stessi traduttori, vittime di varie mistificazioni che congiurano per renderli impotenti.

Per cominciare: tradurre è una missione, amo tanto il mio lavoro che lo farei anche gratis, la cultura non si può quantificare in denaro…

Qui il problema è che queste affermazioni contengono una dose di verità. In diversi casi il traduttore può permettersi di lavorare gratis o a tariffe risibili, perché la traduzione non è il lavoro di cui vive ma un hobby o un’attività marginale. Le case editrici reclutano molti collaboratori tra persone che non campano di traduzione letteraria ma di un lavoro diverso, o grazie al reddito del coniuge o di altri familiari. Il perdurare di tale situazione ha due conseguenze: da un lato, impedisce l’accesso alla professione a persone che avrebbero la capacità di eccellere ma non hanno altre fonti di guadagno, e dall’altra diminuisce la qualità media delle traduzioni perché, salvo eccezioni, chi traduce nei ritagli di tempo non può affinare la propria arte come chi lo fa per professione, né può dedicare il giusto tempo all’aggiornamento professionale.

E qui si inserisce la seconda mistificazione: Questa situazione è inevitabile perché ci sono troppi traduttori, l’offerta (di traduttori) è sproporzionata rispetto alla domanda (di traduzioni editoriali).

In realtà la concorrenza vera è minore di quanto si creda. Tradurre è un’attività per cui occorrono, oltre alla padronanza della propria lingua e all’ottima conoscenza della lingua dalla quale si traduce, una vasta cultura, sensibilità e creatività linguistica; una forte capacità di ricerca, analisi e sintesi; autocritica, concentrazione e attenzione, disciplina e rigore, abilità informatiche, curiosità e disponibilità costante all’aggiornamento professionale. Doti che possono essere affinate, ma che devono necessariamente accompagnarsi a un talento naturale che non tutti possiedono. Non tutti quelli che desiderano fare i traduttori possono diventarlo realmente: e tra quelli che ce la fanno, non tutti possono tradurre con lo stesso risultato testi di ogni tipo e difficoltà. Ognuno ha le sue inclinazioni. Perciò la concorrenza reale, per ciascun settore e livello, è limitata e fisiologica, anche considerando l’enorme numero di opere tradotte in Italia e l’importanza economica che hanno nel complesso. Non c’è ragione per cui un traduttore competente debba temere la concorrenza di altri traduttori competenti.

Il problema vero è che da qualche decennio a questa parte la produzione di un libro è diventata una «catena di montaggio» in cui si cercano di affidare le varie fasi di lavorazione a persone dalla competenza sempre minore: in questo modo gli anelli della catena diventano più facilmente intercambiabili e sfruttabili. Così per molti libri si commissiona a tariffe stracciate una traduzione raffazzonata e poi si paga il minimo indispensabile al revisore - spesso esterno e precario - perché faccia la necessaria riscrittura conferendo al testo la qualità sufficiente a venderlo. Alcuni revisori passano gran parte del loro tempo non a fare il proprio lavoro, che sarebbe quello di rivedere, cioè limare le imperfezioni e dare più lustro a una buona traduzione, bensì a riscrivere un testo altrimenti impubblicabile.

Chiaramente questo sistema può reggersi solo sulla compresenza dei due fattori sopraccitati: una grande massa di traduttori e revisori mediocri integrata, per quella fetta di libri che non si può «fordizzare» più di tanto, dal ricorso a traduttori competenti ma che spesso non vivono di traduzione editoriale e forse anche per questo non nutrono grande interesse per l’associazionismo di categoria.

Il sistema si alimenta anche grazie allo sviluppo di moltissimi corsi di traduzione che non riescono realmente a formare traduttori bravi, poiché difficilmente offrono reali sbocchi lavorativi presso editori interessati a fare lavoro di «bottega», ma in compenso producono una gran quantità di traduttori adatti alla catena di montaggio.

Va detto che accanto a questo tipo di editoria generalista e commerciale esiste in Italia anche un certo numero di case editrici attente alla qualità, con un modo diverso di stare sul mercato: editori «di progetto» che pubblicano un numero ridotto di titoli ogni anno e cercano per quanto possibile di avvalersi di traduttori e revisori bravi, poiché scommettono molto sulla qualità dei testi che danno alle stampe. Questo non significa però che riescano a pagare i loro collaboratori meglio dei «grandi», perché spesso per loro è effettivamente difficile far quadrare i conti.

Dunque il traduttore che legittimamente ambisca a vivere del suo lavoro si trova perlopiù di fronte grandi committenti interessati a pagare il meno possibile ogni fase della lavorazione, oppure medi e piccoli committenti realmente impossibilitati a investire molto denaro sul suo lavoro; e solo da una certa fase della carriera in poi riceverà proposte da editori meno avari, per testi di maggiore qualità, rispetto ai quali spuntare condizioni e tariffe migliori… per un’attività, quella della traduzione editoriale, teoricamente riconosciuta come creativa e tutelata dal diritto d’autore, ma che nei fatti è equiparata a un lavoro di dattilografia, tanto che il traduttore è sistematicamente compensato a forfait in base al numero di caratteri, parole, righe, ecc. Ciò avviene abusando di una possibilità concessa dalla vigente legge sul diritto d’autore, che all’articolo 130 prevede: Il compenso spettante all’autore è costituito da una partecipazione, calcolata, salvo patto in contrario, in base ad una percentuale sul prezzo di copertina degli esemplari venduti. Tuttavia il compenso può essere rappresentato da una somma a stralcio per le edizioni di: dizionari, enciclopedie, antologie, ed altre opere in collaborazione; traduzioni, ecc…

Per quanto riguarda la traduzione, questa deroga come altre ha una sua ragion d’essere (non sempre la traduzione è commissionata da una casa editrice). È però evidente che la vaghezza della norma ne consente l’applicazione in ogni caso, e poiché il traduttore non può efficacemente opporsi al «patto contrario», questo conduce a un abuso che è contrario allo spirito della legge stessa, oltre che alle raccomandazioni internazionali in materia (Raccomandazione di Nairobi, Carta del traduttore). Tali documenti stabiliscono il principio secondo cui l’autore-traduttore dovrebbe godere di un’equa retribuzione e partecipare alla fortuna della sua opera; e per mettere in pratica tale principio in diversi paesi al traduttore viene corrisposto un compenso misto, in parte forfetario e in parte costituito da royalty che scattano a partire da una certa quota di vendite. Tale sistema, oltre a riconoscere il diritto dell’autore a partecipare alla fortuna dell’opera, sancisce quello, altrettanto sacrosanto, a un’equa remunerazione di base, ed è l’unico atto a tutelare il reale ruolo economico e culturale del traduttore.

A chi spetta il compito di cambiare in meglio la situazione descritta? È evidente che se il potere legislativo - sia per quanto riguarda l’attuazione di politiche a sostegno della cultura nelle sue molteplici espressioni, sia in termini di riforma della normativa che abbiamo rapidamente citato - è eternamente preso a far altro, e se gli editori non possono essere chiamati in causa perché dall’attuale stato di cose traggono solo vantaggi, non rimangono che i traduttori stessi. I quali possono e devono impegnarsi in prima persona per rafforzare la consapevolezza sociale del proprio ruolo e dei propri diritti; consapevolezza che può esplicitarsi solo in una dimensione collettiva. Purtroppo, a causa delle carenze formative (i corsi di traduzione generalmente ignorano gli aspetti pratici della professione), delle mistificazioni di cui sono vittime e dell’eccessivo individualismo, troppo spesso i traduttori lavorano come solitarie monadi e i rapporti tra colleghi sono improntati alla rivalità, in una sorta di «guerra tra poveri». C’è difficoltà a comprendere che la normale concorrenza tra colleghi non esclude la solidarietà di categoria, e che è nell’interesse di tutti avere colleghi più consapevoli e «armati». Più cresce la coscienza di categoria collettiva, il livello medio di consapevolezza, più si diventa abili nella contrattazione anche a livello individuale e si ha da guadagnare, come dimostra l’esempio di altre categorie di lavoratori ben più solidali e ricche. La differenza tra avere o non avere delle forti associazioni di categoria e, a monte, la consapevolezza di ciò che si rappresenta all’interno di una filiera produttiva, non è quella tra avere o non avere concorrenza, ma tra avere una concorrenza avveduta e leale o una concorrenza disarticolata e allo sbando, molto più dannosa.

Colpisce lo snobismo con cui tanti traduttori rifuggono dal confronto e dall’impegno concreto, asserendo di non credere nelle associazioni e nei sindacati ed elencando tutte le pecche delle varie organizzazioni. E le pecche ci sono, a cominciare dalla triste abitudine italiana per cui, sovente, ciascuna associazione non vede più in là del proprio orticello. Ma in quale organizzazione umana non si trovano pecche? Solo che il comune interesse dovrebbe spingere a superarle e a impegnarsi per renderle più efficienti, anziché tirarsi indietro. Invece capita che, mentre molti traduttori si trincerano nel loro isolazionismo e le loro associazioni si guardano in cagnesco, i loro diritti di lavoratori - ancorché autonomi - vengono sistematicamente calpestati e il peso negoziale dei committenti, spesso improntato ad atteggiamenti ricattatori, non fa che crescere.

Naturalmente, perché il ruolo economico e culturale dei traduttori venga finalmente riconosciuto sono necessari molti altri progressi e cambiamenti, ed è indispensabile che ognuno faccia la sua parte. Bisogna impegnarsi per difendere gli interessi della propria specifica categoria ma anche sforzarsi di trovare dei principi condivisi tra i diversi soggetti che operano nel campo della trasmissione culturale (editori disponibili all’ascolto, redattori, ecc.), per porre le basi di un sistema culturale «equo e sostenibile» come si sta tentando di fare in altri paesi, ad esempio con lo sviluppo di contratti di riferimento elaborati insieme dalle associazioni degli editori e dei traduttori. E in questo processo è necessario, come sta facendo il ceatl, guardare oltre i confini nazionali per interloquire con l’Europa e con il mondo.

da 
Nazione Indiana



postato da: ErmentrudeB alle ore 30/10/2009 11:18 | Permalink | commenti
categoria:traduzione editoriale
venerdì, 30 ottobre 2009
Thomas Mann nella lezione su La montagna incantata agli studenti dell'università di Princeton, 1939:




"...è errore credere che l'autore sia colui che meglio conosce e può commentare la propria opera.




Lo è forse fin tanto che vi indugia e vi sta lavorando. Ma un'opera compiuta e lasciata alle spalle gli diventa sempre più estranea, distaccata, e col tempo gli altri ne sono informati e vi si raccapezzano meglio di lui, sicché possono rammentargli molte cose che egli ha dimenticate o forse non ha neanche sapute mai con chiarezza."




Ted Hughes al critico Keith Sagar, autore di un libro su di lui:




"Ho cercato di dare al tuo testo il supporto dei fatti e di indicare i miei debiti verso certe fonti e certi luoghi come materia poetica, ma tutto ciò che è speculativo o che ha a che fare con l'interpretazione e il giudizio è faccenda che riguarda chiunque, te non meno che me. So che sarebbe del tutto senza senso cercare di imporre la mia interpretazione, o di legarla in qualche modo alle poesie come se ne facesse intrinsecamente parte. Alla fin fine, le poesie appartengono ai lettori, così come le case appartengono a chi ci vive dentro e non a chi le ha costruite" ("Letters of Ted Hughes", Faber & Faber, 2008, p. 349)

(27.11.2008)


postato da: ErmentrudeB alle ore 30/10/2009 11:13 | Permalink | commenti
categoria:thomas mann, ted hughes
venerdì, 30 ottobre 2009
4.11.2008



Si può sfogliare QUI. E' divertente e si scoprono e riscoprono un sacco di libri.




postato da: ErmentrudeB alle ore 30/10/2009 11:11 | Permalink | commenti
categoria:libreria, anobii
venerdì, 30 ottobre 2009
23 ottobre 2008

Lisey turned on the radio, and wasn't a bit surprised to get Ole Hank singing «Honky Tonkin'». She sang along, low. She knew every word. This did not surprise her, either. Some things you never forgot. She had come to believe that the very things the practical world dismissed as ephemera – things like songs and moonlight and kisses – were sometimes the things that lasted the longest. They might be foolish, but they defied forgetting. And that was good.
That was good.

Stephen King, Lisey's Story


postato da: ErmentrudeB alle ore 30/10/2009 10:59 | Permalink | commenti
categoria:radio, stephen king, hank williams, ephemera
venerdì, 30 ottobre 2009

22.10.2008

L’accento ‘neutrale’, ossia la corretta dizione, sarà pure un’astrazione ma è… bella! Vorrei sentirla di più, molto di più, non dico dall’uomo della strada ma almeno dagli speaker radiofonici, dai presentatori e dai telegiornalisti (questi ultimi spesso desolantemente all’oscuro dell’esistenza del
DOP, il dizionario d’ortografia e di pronunzia). Un buon italiano con le vocali aperte e quelle chiuse al posto giusto, che ogni orecchio – o quasi – riconosca istintivamente come corrette. Una lingua pulita e scintillante, insomma. Tanto bella da sembrare finta. Una lingua usata ormai quasi esclusivamente da attori teatrali e doppiatori. Mafalda Caccavo del GR2 ci prova, poverina, con risultati sconcertanti… Ma ha delle attenuanti: per i pugliesi non è mai semplice.
Forse questa è soltanto una mia nostalgia fiorentinocentrica, ma mi piacciono tanto le voci educate.
Ortoepia, si chiama.
Fino a un paio di decenni fa credo che la buona dizione fosse un requisito irrinunciabile per chi volesse parlare ai microfoni della RAI.
Fatico ad abituarmi a quella che percepisco come una forma di sciatteria, di scarso rispetto per quella cosa meravigliosa, preziosa e complessa che è la mia lingua madre. Non è così che sono cresciuta, non così ho imparato. Il mondo cambia, le Nicolette Orsomando invecchiano e vanno in pensione, e io non dovrei illudermi di essere sempre giovane…
Intendiamoci, amo i dialetti, le varianti regionali, le pronunce, i suoni diversi, le diverse musiche, gli echi storici a volte remotissimi di questa lingua; e però ancora di più la lingua letteraria (astratta, non parlata, salvo rare eccezioni) ove tutto questo confluisce, un ordine incontestabile e forse irraggiungibile, a cui tendere sempre, come alla perfezione, come alla santità. Non ci vedo affatto una valenza negativa di standardizzazione intesa come riduzione a un modello; ci vedo la ricerca dell’ordine (che è il principio guida dell’universo, no? Qualcuno dice che è Dio). Una comunità di parlanti e scriventi che non rispetti o non attribuisca importanza all’ortografia e all’ortoepia è come una biblioteca con i libri alla rinfusa e senza scaffali: un inutile caos. Per orientarsi occorre ordinare. ORTOordinare!

postato da: ErmentrudeB alle ore 30/10/2009 10:43 | Permalink | commenti (2)
categoria:dop , rai , dizione, nicoletta orsomando, ortoepia
venerdì, 30 ottobre 2009
 


Sep. 16th, 2008 

Languages serve to communicate. But they don’t just ‘serve’. They transcend that practical dimension.

Languages cause us to be. And sometimes they cause us to stop being. We are born and we die inside speech, we are beholden to language even after we lose our body. Even those who were never born, even they exist within us as the desire for a word and as a yearning for a silence.







postato da: ErmentrudeB alle ore 30/10/2009 10:36 | Permalink | commenti
categoria:linguaggio, mia couto, WALTIC
mercoledì, 10 settembre 2008
Caro splinder,



mi avevi disabilitato l'editing avanzato dei post se non sottoscrivevo un abbonamento pro, e allora io ti avevo salutato. Ero andata ad abitare qui: http://ermentrudeb.livejournal.com/



Ma adesso sono tornata. Ciao splinder!
postato da: ErmentrudeB alle ore 10/09/2008 14:56 | Permalink | commenti (2)
categoria:splinder